Live Report: David Gilmour al Circo Massimo / Postepay Sound Rock in Roma


a cura di Alberto Parisi

Roma, 2 luglio 2016 – Le prime note di “5 A.M.” risuonano nel Circo Massimo quando ancora, dietro il palco, le ultime luci del giorno disegnano uno dei tramonti romani più emozionanti di sempre per chi ama la musica: David Gilmour e la sua band sono lì, come in un sogno per molti diventato realtà per la prima volta nella vita. Si inizia dalla fine, con il brano di apertura dell’ultimo lavoro solista del genio dei Pink Floyd, nella prima delle due date romane all’interno della programmazione del Postepay Sound Rock in Roma. “Rattle That Lock” e “Faces Of Stone”: altri due brani dell’ultimo album di Gilmour, e i tredicimila presenti sono già totalmente immersi in un viaggio che continua con “Wish You Were Here”.

Come si può scrivere di una leggenda vivente che è lì a pochi metri da te? Come si può descrivere l’emozione provata da migliaia di persone nell’essere partecipi del momento nel quale la storia della musica si cristallizza nel concerto dei propri sogni? Le lacrime di questo piccolo giornalista musicale sulle prime note di “Wish You Were Here”, da quante altre persone sono state condivise?  E di quante altre non verrò mai a conoscenza, quando meriterebbero tutte di essere raccontate? Come si può scrivere del live perfetto?

“What Do You Want From Me”, un altro brano del repertorio dei Pink Floyd, per poi tornare, con “A Boat Lies Waiting” alle ultime canzoni da solista, seguita da “The Blue”. Il tradizionale “cerchio” dei Pink Floyd, alle spalle della band, illumina il palco, diventando poi schermo per proiettare le immagini del palco. La scenografia è essenziale, perché la musica di Gilmour ha bisogno solo di se stessa per parlare a tutti i sensi dello spettatore.




Risuonano le prime note di “Money” e dal pubblico si leva un boato di piacere e meraviglia, l’intro di tastiera e sax di “Us And Them” ha la stessa pienezza di una storia d’amore di tanti anni fa, rivissuta, in una notte d’estate, a Roma. “In Any Tounge” e “High Hopes” chiudono la prima parte del live, e Gilmour parla per la prima volta al pubblico, salutando e ringraziandolo di essere presente, nonostante si stesse giocando negli stessi minuti la partita di calcio dell’Italia.

Il tempo di una birra e per andare al bagno. Con gli amici ci guardiamo, proviamo a parlare, ma non troviamo parole per descrivere il momento che stiamo vivendo. Ognuno ha un aneddoto, prova a citare quel particolare passaggio di un brano piuttosto che un altro. Ci diciamo cosa ci ha emozionato di più, cosa ci ha stupito maggiormente. Ma abbiamo poca voglia di chiacchierare, desideriamo solo che il concerto riprenda presto. Sognando che non finisca mai.

La seconda parte del set inizia con “Astronomy Domine”, un omaggio al genio di Syd Barrett, che firmò la prima traccia dell’album di debutto dei Pink Floyd, quasi cinquanta anni fa. E poi “Shine On You Crazy Diamond”, struggente dichiarazione d’amore per il loro amico, scritta quando ormai la sua visionarietà si era trasformata in lucida follia.

“Fat Old Sun”, “Coming Back To Life” e “On An Island”, e poi il jazz di “The Girl In The Yellow Dress”, per poi concludere con “Today”, “Sorrow” e “Run Like Hell”, quando ormai il pubblico non riesce proprio più a restare seduto e scatta in piedi a cantare e applaudire, fino all’ovazione finale al momento dei saluti da parte di Gilmour.

Lo so che non è finita, sono riuscito a sbirciare la scaletta del live. So cosa ci attende da qui a pochi minuti, quando l’invocazione dei tredicimila presenti a risalire sul palco sarà accontentata dalla band. So già cosa suoneranno. E sapendolo ho ancora di più i brividi.

“Time”, “Breathe” e “Comfortably Numb”.

Nessuno ha mai suonato la chitarra come David Gilmour, e nessuno lo farà mai. Nessuno ha mai scritto brani come David Gilmour, e nessuno lo farà mai. E’ unico. E unica è stata la notte che abbiamo avuto la fortuna di vivere.