Intervista a Daniele Celona

Daniele Celona
Daniele Celona

A cura di Martina Neri

Il 3 febbraio è uscito ‘Amantide Atlantide’ (NøeveRecords /Sony Music) , secondo disco del torinese Daniele Celona. Rock a tutti gli effetti, con una ricerca espressiva nei testi di fattura più classicamente cantautorale. Che il ragazzo avesse stoffa lo aveva dimostrato già con il debutto del 2012 ‘Fiori e demoni’.

L’anno scorso lo abbiamo visto agitarsi sui palchi di tutta Italia a fianco di Levante, parte di quella ‘corazzata piemontese’ che negli ultimi anni sta tirando fuori proposte molto interessanti, come i Nadàr solo o Bianco.

Quali sono le differenze tra ‘Amantide Atlantide’ e ‘Fiori e demoni’ ?

Gli argomenti trattati sono un po’ gli stessi: il mondo delle relazioni personali immerso nella situazione socio-politica attuale. Anche le atmosfere sono simili, per quanto nel primo disco avevo fatto un grosso lavoro sulla batteria e su strumenti non propriamente miei, in questo ho lavorato molto di più con la band in sala, pensando più al bene delle canzoni e a quanto ci saremo divertiti a suonarle dal vivo. Dal punto di vista commerciale non è una scelta redditizia, ma me ne sono bellamente fregato.

Ho notato che, in generale, la commercializzazione non sembra essere una tua priorità. I brani durano di media sei minuti, tanto per fare un esempio. Nella messa a fuoco definitiva hai già in mente quale potrebbe essere il veicolo per farli arrivare alle persone o non pensi a un eventuale ascoltatore?

Ad esser sincero è l’ultimo dei mie pensieri, mi rendo conto che è un darsi la zappa sui piedi dal punto di vista delle opportunità a cui un brano può aprirsi, però non saprei farlo diversamente. E’ una scelta non tanto cosciente. Mi piace fare le cose in un certo modo, vedere i musicisti che sudano. Funziona esattamente al contrario del prodotto studiato a tavolino. In fase di arrangiamento dell’artificio c’è, per dare un vestito ad ogni pezzo, però sicuramente pensare all’utente finale non è il mio scopo. La prima fase rimane istintiva, serve a dare sfogo ad un bisogno personale di curarmi un malessere generale buttando le parole in musica. Il mio approccio è più egoistico che altruistico.

Parlando de ‘La colpa’, primo singolo, sembri uno che abbia fatto molti sacrifici per fare quello che gli piace. Il testo mi sembra emblematico riguardo il periodo storico che stiamo vivendo: non ti piangi addosso e cerchi di dare uno scossone anche agli altri, perché è molto più facile lamentarsi che fare qualcosa. E’ un messaggio che dai per primo a te stesso o un comportamento che ravvisi in quelli che ti circondano, che, invece di provare a realizzare i proprio sogni, si lasciano vincere dall’apatia?

È esattamente come dici. Da un lato, mantenere questa sorta di incoscienza e continuare a fare musica e portarla in giro con tutti i sacrifici che comporta, credo possa essere un piccolo esempio di modo di vivere, per quanto un po’ pazzo, ma utile. Se in un paese si perde anche il gusto della follia, del sogno, del provarci comunque, perché annichiliti da una situazione sociale ed economica che ti porta ad accontentarti, è quanto di più triste si possa immaginare ed è un indice che le cose non vanno bene. Chi, come me, porta avanti questa sorta di battaglia contro i mulini a vento spero che possa dare un po’ di ossigeno. ‘La colpa’ è un dialogo allo specchio, il dito è puntato contro di me, serve a ricordarmi ogni momento di non lasciarmi andare al vittimismo e all’autocommiserazione e, di riflesso, è un messaggio rivolto anche agli altri: usare l’orgoglio come benzina, come propulsivo, non rimanendone accecati. E prendersi la responsabilità di correre dei rischi, di dire la propria e usare il fiato per correre, quando serve.

Il rapporto con i Nadàr Solo è curioso: nasci come loro produttore e loro poi sono stati la tua backing band. La scena torinese pullula di artisti, con molti dei quali hai anche collaborato, state uscendo più o meno contemporaneamente ognuno con i propri progetti. Anche la tua collaborazione col regista Mauro Talamonti per il docu-video di ‘Sud Ovest’ mostra che ci sono varie peculiarità che si incastrano, non solo nella musica. Che cos’ha di speciale questa città ?

Quella che abbiamo vissuto con Bianco, Levante e i Nadàr Solo la considero una bella favola ed è una esperienza nata in maniera assolutamente spontanea. Abbiamo dato vita ad una sorta di influenza reciproca, di aiuto sincero che si è colto sui palchi con Levante, in questo strano set in cui convivevano quattro realtà diverse. Torino è una città vivibile, c’è fermento multidisciplinare. Quando vedi ancora negli occhi delle persone il ‘sacro fuoco’ di chi fa la propria cosa per passione, si innescano delle contaminazioni virtuose per cui non solo ci si dà una mano tra strumentisti, ma anche il fotografo con il regista o con lo stilista di moda. A me piace dare vita a queste relazioni. Quella con Mauro è un’interazione particolarmente forte in cui si è innescata un’amicizia e una fratellanza che è andata ben oltre la collaborazione artistica, per cui, pur con tutte le difficoltà economiche, siamo riusciti a tirare fuori due video che sono dei piccoli cortometraggi (‘Mille colori’ è il primo n.d.r.) e che spero rimarranno indipendentemente dalle alterne fortune che potranno avere i miei dischi.

Daniele Celona
Daniele Celona

In ‘Sud Ovest’ si parla della Sardegna, delle miniere del Sulcis e le immagini del video sono spunto per allargare la prospettiva. Cosa rappresenta quest’isola per te?

Sono nato a Torino però mia madre è del Sulcis e buona parte della mia famiglia vive li; da bambino ci ho passato lunghi periodi e ancora ci torno, è la mia seconda casa. Non potrei avere rifugio migliore. La zona del Sulcis non è ricca né di infrastrutture né di turismo, è quanto di meglio si possa trovare come viatico all’ispirazione. Tantissimo di questo disco è stato scritto in Sardegna .

A proposito di scrittura, noto che i tuoi testi si potrebbero definire colti: usi parole antiquate, mescoli i registri con grande disinvoltura , che tipo di formazione hai?




Ho fatto il liceo scientifico e poi mi sono iscritto al Centro Jazz a Torino per continuare i miei studi di pianoforte. Contemporaneamente mi sono iscritto a Economia e Commercio, una facoltà che col mio modo d’essere non c’entrava poi molto. Quel tipo di italiano a cui fai riferimento mi è sempre piaciuto, penso che arrivi dall’influenza del liceo. In seguito mi sono avvicinato ad alcuni autori quali Poe, Lovecraft, Kafka, però non sono un divoratore di libri. Semplicemente, questo tipo di italiano contaminato che a volte usa forme vetuste, a volte schiette, dirette è come io parlo nella vita di tutti i giorni. Mi rendo conto che questa cosa sembra artificiosa, però è quando non lo faccio che in qualche modo mi nascondo e recito la parte del cantautore, mentre brani come ‘Johannes’ in cui c’è sia la schiettezza che l’ italiano desueto sono il ritratto di come io parlo in realtà. È quello il vero Celona.

Mi fa piacere tu abbia citato ‘Johannes’, che considero uno dei pezzi più interessanti del disco. Non avendo fresca memoria del ‘ Diario di un seduttore’ di Kierkegaard (testo al quale rimanda il brano), ho trovato riassunto il concetto dell’opera che mi ha fatto pensare, allontanandomi dal contesto specifico, a una possibile definizione della vita dell’artista. Kierkegaard riconosce una parte dell’esistenza come Edonistica, bastata sul piacere, e una Etica basata sulla responsabilità ‘con conseguente rinuncia ai beni materiali per intraprendere una vita religiosa, nel senso etimologico di (..) unire i frammenti dell’essere.’ ( cit.) E’ esattamente quello che fanno alcuni artisti. Accanto a un immaginario del musicista bohèmien, seduttivo o seduttore, si accosta, in certi casi, quello di una ricerca responsabilmente sofferta di ri-unire i frammenti dell’esistenza . C’entra qualcosa con quello che volevi dire nella canzone?

Non c’è questo parallelismo nel pezzo, cioè non volevo usare quel tipo di personaggio come metafora del musicista, ma ti rispondo a entrambe le cose. Da un lato mi piaceva rappresentare questa figura di seduttore che Kierkegaard usa per criticare ferocemente quel tipo di edonismo, però, come quando si fa un film su un mafioso, si finisce per renderlo drammaticamente affascinante ed è la contraddizione in cui è caduto anche lui. Io ho allargato la trama, ho inserito un antagonista al seduttore e dato voce anche alla parte femminile sedotta. E’ un brano molto complesso che dubito possa essere compreso senza una spiegazione.

Per tornare invece al discorso sui musicisti, quello che dici è vero. Chiariamo che il nostro livello di notorietà è assolutamente infimo, ma già nel nostro piccolo ci viene attribuita una vita di sollazzo e spasso che non è assolutamente reale. Non è il mio caso, ma in quello di altri colleghi c’è una vita familiare molto stabile e serena, quindi non si va in giro a spaccarsi più di tanto. E’ chiaro che, per farsi tutte quelle ore di furgone e stare in piedi fino a tardi, è innegabile che una parte di divertimento ci sia. E’ anche vero, e qui fingiamo di parlare di terzi, che capita spesso e volentieri che musicisti più noti passino dei lunghi momenti di solitudine a dispetto di quanto si possa pensare, e che siano anche più fragili da un certo punto di vista, per quel tipo di vita così altalenante.

In ‘Amantide’ parli di ‘pennivendoli sul trono, ne sanno più di te, su di te ’, ho subito pensato a un certo tipo di giornalismo musicale che pare si debba basare sul sensazionalismo, per cui si scrive più per dare addosso all’artista, famoso o meno, invece di segnalare o appoggiare i meritevoli. Che rapporto hai con la critica musicale e, secondo te, ha ancora senso nell’epoca dello streaming?

Noto spesso che è più facile dare addosso all’artista nuovo, facendo così il gioco del critico taglia gambe, mentre invece nei confronti dell’artista di fama, che pure ha detrattori in attesa del primo passo falso per dargli contro, ci sono spesso delle strutture di potere, piedi da non calpestare, che in quel caso fanno da deterrente al giornalista non così libero, né coraggioso. Per quanto riguarda la mia esperienza personale sono partito prevenuto, ma mi sono dovuto in qualche modo ricredere perché, se è vero che ci sono molti esempi negativi di poteri forti che possono fare quello che vogliono senza dare possibilità a un artista che sta cercando di uscire, ho incontrato veramente tante forze, anche piccole ma propositive, che lo fanno con passione, vedendo i soldi quando capita, ma lo fanno solo per il gusto di farlo. Con loro ho stretto anche delle amicizie, sono stato addirittura chiamato per dei festival. È chiaro che in questo momento storico quel filtro lì potrebbe essere bypassato, c’è uno streaming e tu ascoltatore puoi farti un’idea in prima persona. È anche vero che ci sono delle persone che si stimano e di cui è bello fidarsi per un primo giudizio, poi bisogna accertarsi delle cose sempre personalmente perché a volte anche il tuo padre spirituale o il tuo maestro può sbagliarsi o non essere sulla tua lunghezza d’onda.

Ho letto che per quanto riguarda il canto sei autodidatta, riesci comunque a passare agevolmente da un registro all’altro e usi spesso una sorta di parlato molto vicino al canto, quale è stato il tuo percoso?

La mia spinta è sempre stata legata allo scrivere: volendo avere più frecce all’arco della mia scrittura sono stato costretto a migliorare anche come cantante. Da ragazzo avevo una voce molto stridula, provai a fare una lezione e mi dissero che mi dovevo rassegnare, quella era la mia voce. L’aver capito che, come disse Carmelo Bene, dentro di noi non c’è solo una, ma potenzialmente mille voci, mi ha aperto un orizzonte. Questo processo mi è costato molta fatica, ma finché mi sentirò insoddisfatto dei mezzi che ho continuerò a cercare di migliorare.

Il titolo ‘Amantide Atlantide’ racchiude la sintesi dei temi trattati nel disco, sono due pezzi che fanno da confine. Amantide è la donna e Atlantide il mondo in cui si svolgono le storie che racconti. Per quanto la canzone sia rivolta verso l’interno più che verso l’esterno. E’ interessante il tuo modo di tratteggiare l’elemento femminile.

Atlantide è il cerchio esterno e Amantide, o la parte del personaggio femminile, è all’interno. La canzone ‘Atlantide’ è nata dopo che avevo già deciso il titolo del disco, è metafora di un mondo che crolla, ma in questo caso non è la società ad implodere. E’ forse il brano più autobiografico dell’album perché parla di una mia storia pluriennale che finisce, ho avuto anche difficoltà a decidere di inserirla, a cantarla, e coinvolgere Levante mi ha aiutato a prendere un po’ le distanze.

Da osservatore trovo la figura femminile estremamente interessante e importante. La donna è costretta ad indossare ancor più maschere di quelle che la società impone all’uomo, deve essere madre quindi dolce, ma anche amante, sensuale, decisa, deve avere la carriera ma non rinunciare agli affetti familiari, è sottoposta a tutta una serie di tensioni che, in qualche modo, noi uomini ci possiamo permettere di evitare. Laddove c’è travaglio interiore, difficoltà a superare gli ostacoli, ma il bisogno di affrontarli, il sottoscritto, da regista un po’ voyeur , ama mettere la telecamera in quelle situazioni, vedere come si evolvono.

Nei prossimi mesi ti vedremo in tour, girerai sempre con i Nadàr Solo?

Il set principale sarà elettrico. Ci sarà spazio anche per concerti acustici e, nella pausa tra i due, mi concederò anche un set con gli archi. Essendo appena uscito anche il disco dei Nadàr non sarebbe stato possibile continuare insieme. Il nostro è un caso strano di due realtà simili che però non si cannibalizzano, ma riescono ad andare avanti in parallelo e riprendersi il proprio spazio. E’ una dichiarazione di guerra a chi invece sceglie di guardare in cagnesco il vicino di banco, si può fare diversamente e credo che siamo riusciti a dimostrarlo.