[Intervista] Raccontare senza voler insegnare: continua la sfida di Bar(n)Out 2.niente

a cura di Raffaella Ceres

Ring the bells that still can ring, Forget your perfect offering,there is a crack in everything,that’s how the light gets in – Anthem, Leonard Cohen –
Dove c’è una crepa c’è la possibilità che entri luce. Così cantava Leonard Cohen e questa, sembra essere la nuova mission di Valerio Nicolosi e del suo team alle prese con il secondo cortometraggio dedicato a Bar(n)Out 2.niente. Vi avevamo raccontato della scommessa di questo giovane film maker nel nostro articolo dedicato.
Valerio Nicolosi e la sua squadra ci hanno provato gusto e così il prossimo 13 Marzo attraverso la piattaforma Ulule, presenteranno una nuova campagna di crowdfunding perché la scommessa del descriverela periferia romana non può esaurirsi nello spazio di un unico corto. Valerio Nicolosi ci aiuta in questa nuova intervista a capire perché sia importante raccontare questo nuovo progetto che ha il sapore delle novità, delle aspettative e dei tanti riconoscimenti umani ed affettivi del primo Bar(n)Out.

Quanta soddisfazione vi ha regalato questo cortometraggio?
Tanta, sia da un punto di vista umano che di riconoscimenti “ ufficiali” nei circuiti dei festival. Me li aspettavo? Sinceramente no. Non sono un regista di formazione, sono un film maker che fa anche regia, e che si dedica alla scrittura ed alla sceneggiatura. Ho avuto il piacere di lavorare con un team fantastico. Il riconoscimento è venuto prima di tutto da loro, dalla squadra che si è saputa mettere in gioco e a disposizione e che, felice del risultato ottenuto, ha scelto di scommettere insieme a me su questo nuovo progetto.

Cosa ti ha spinto a lavorare sul seguito di Bar(n)out?
Questo è un progetto, iniziato cinque anni fa con un libro fotografico, che vuole raccontare uno spaccato della periferia romana. Ci siamo resi conto che in circa 16 minuti non era realmente possibile raccontare quello spaccato. Sono storie complesse e difficili da conoscere. Ho capito che era la dinamica che doveva essere messa in evidenza. Bar(n)out è un ciclo di dinamiche dal quale non si esce facilmente e noi vogliamo dare dignità e poesia a quei posti e scardinare questo meccanismo di realtà come ciclo nel quale si rimane intrappolati. Abbiamo deciso di ripartire raccontando Bia, protagonista femminile del primo corto, perché la sua storia è lunga e perché io sono rimasto coinvolto in quel personaggio. Essere così crudeli nel descriverla per me è stato un peso. Bia, la bravissima Benedetta Rusitici non ha prospettive e futuro ma io, dovevo dare un senso al vuoto del suo sguardo. Io dovevo offrire una possibilità di riscatto per Bia e continuare a raccontare attraverso la sua storia la storia dello spaccato della periferia. La nostra idea è quella di realizzare una vera e propria serie, trovando un produttore interessato, e poter sviluppare tutti i personaggi di Bar(n)out per far capire da dove arrivano e soprattutto dove vanno. Oppure continueremo il nostro percorso attraverso altri cortometraggi.

Ti chiesi già in passato se volevi insegnare qualcosa attraverso questa storia. Oggi, in occasione del secondo corto, ti rifaccio la stessa domanda.
Effettivamente no. Penso ai miei riferimenti letterari e, come Emile Zola nelle sue opere “fotografava” senza emettere giudizio, io stesso voglio raccontare la rabbia senza emettere alcun giudizio. L’unico insegnamento che si può eventualmente trarre è che la vita è difficile. Io continuo a raccontare senza voler insegnare. C’è una storia, ci sono dei sentimenti, passioni, la difficoltà che si ha nel fare delle scelte e soprattutto c’è la vita che ti chiede sempre il conto e non sempre purtroppo si paga per quello che si ha fatto. In periferia non esiste meritocrazia.

Siamo di fronte ad un lavoro che è una presa di coscienza e allo stesso tempo una denuncia sociale?
Diciamo che lanciamo un altro sasso ma, sta sempre allo spettatore decidere come pagare il conto della vita.

I motivi più importanti per i quali sia necessario sostenere questo nuovo progetto.
In primo luogo perché questo spaccato lo conoscono in pochi e i molti che hanno la possibilità di produrre dedicandosi a questi progetti non sono interessati. Gomorra è stato un esempio raro. Queste storie meritano di essere raccontate perché dentro c’è tanta umanità e le persone meritano riscatto. Noi non raccontiamo il riscatto ma raccontiamo queste persone e per loro è già molto perché se Bia non la raccontassimo sarebbe condannata; invece se raccontata può non essere giudicata esattamente come invece accade alle tante Bia che incontriamo per strada. In secondo luogo perché esiste un gruppo di professionisti ( abbiamo anche delle new entry come Enzo Sacchettino, il Danielino di Gomorra e Riccardo Marotta) che si è messa a disposizione di un’idea nuova. Abbiamo bisogno di fondi per poterla realizzare e per trovare fondi dobbiamo raccontare pillole di questa storia.C’è un vuoto da riempire per restituire dignità alla periferia. E noi intendiamo farlo.