Caterina Vertova è Malafemmina


Ci sono attrici, donne, artiste, che non hanno bisogno di presentazioni altisonanti per ricordare il valore del loro lavoro. Caterina Vertova è, senza dubbio alcuno, parte di questo gruppo che mantiene alto il valore della cultura in Italia e nel Mondo. In scena attualmente con Malafemmina di Francesco Zarzana nei teatri italiani ( e che speriamo presto di potere vedere anche a Roma), Caterina Vertova ci ha dedicato un’intervista che raccoglie il senso stesso del fare arte, inteso come la capacità dell’artista di farsi mezzo, strumento a sostegno e favore dell’arte stessa.

Malafemmina è uno spettacolo nuovo dedicato alle madri che accende i riflettori anche sulle realtà delle altre culture: Nord Africa, Medio Oriente e Asia. “Madre sulla scena come nella vita, Caterina Vertova – che negli ultimi anni si è occupata molto di cultura islamica e integrazione – ha voluto fortemente questo progetto: “Essere attrice, per me, significa cercare un rapporto con il se più profondo. È necessario scavare dentro le proprie contraddizioni, per trovare il coraggio e la forza di restituire al pubblico un racconto emotivo davvero immerso nella realtà e nella responsabilità del vivere sociale. E’ un impegno importante, prima di tutto nei confronti delle nuove generazioni.”

“Malafemmina” – prodotto dalla FONDAZIONE TEATRO PIEMONTE EUROPA con il patrocinio di ALDA Association of the Local Democracy – è al centro di un progetto didattico che è stato avviato il 24 febbraio al Circolo dei lettori di Torino.

“Lo spettacolo Malafemmina” – spiega Francesco Zarzana nelle sue note – “racconta storie vere, che lo fanno diventare un vero e proprio teatro di servizio, ponendo allo spettatore spunti di riflessione, trasmettendo esperienze, immagini e sensazioni in una ricostruzione poetica che è quella tipica del palcoscenico.” Nel racconto, “donne e storie di donne. Un’immagine speculare di ciò che hanno dentro. Raccontarsi. Riviversi. E rovistare dentro se stesse. Al limite tra pubblico e privato, lecito o illecito, malvagità e normalità. Una giornalista uccisa al ritorno dalla spesa nella sua quotidianità, il silenzio del deserto, lo sguardo nascosto di una madre dietro un burqa, la vita spezzata di una donna che ha amato in maniera completa, un barcone volutamente rovesciato nel Mediterraneo che infrange i sogni di chi sperava in un futuro migliore, una donna ebrea scampata ai campi di concentramento che diventa araba per amore, non rivelando a nessuno la sua vera identità. Sensazioni suscitate dai ricordi che si infrangono con una realtà che è mutata.”

Caterina Vertova, come racconterebbe lei il progetto legato al suo ultimo spettacolo teatrale Malafemmina?

Essenzialmente rappresenta la mia necessità di fare, come tanti, questo mestiere “al servizio di” e non più per accentrare l’attenzione su di me ( anche perché, volendo scherzare un pochino, tanto ormai quello l’ho già fatto!). Mi piacerebbe continuare a lavorare e costruire questo progetto anche con altre attrici. Per ora sto facendo da sola per dare agilità allo spettacolo. Mi piace la dimensione del teatro, mi piace la dimensione dell’uomo stesso in relazione anche allo spazio teatrale che diventa spazio dell’esistenza. Immagino di ripartire dallo spazio – teatro, di fare i conti con la solitudine e doverci ricostruire anche come esseri umani, partendo da condizioni di verità che spesso sono anche condizioni di grande fatica. Inoltre, dedico questo progetto anche alla possibile essenzialità che il teatro potrebbe riscoprire: se ci sono delle storie significative da raccontare e qualcuno che le racconta con passione, il teatro può non avere bisogno di altro e sarebbe bello poter invitare le persone, il pubblico, a raccogliersi e confrontarsi anche su questo.

Malafemmina accoglie le figure della mamma e della donna in un abbraccio ideale verso culture apparentemente lontane da noi.




Le voci di quelle donne, madri racchiude il senso della verità. Il mio primo spettacolo di poesie intorno alla cultura islamica, l’ho fatto più di venti anni fa, cercando con accuratezza la bellezza rivoluzionaria di quelle figure femminili. Da quello spettacolo compresi il senso della mia ricerca: il valore della dignità. Il mondo islamico è un mondo lontano, con il quale il resto del mondo ha un rapporto difficile, per questo come artista e come essere umano sento ancora oggi il dovere di contattare e non emarginare una realtà che è da scoprire. Noi artisti non costruiamo ponti o ospedali, non salviamo vite ma, abbiamo la possibilità di contattare mondi dei quali forse non abbiamo capito ancora molto, altrimenti ci sarebbe oggi probabilmente la pace nel mondo. Se non lo faccio io chi lo fa? Quando il mio essere donna e professionista diventano una cosa sola potremmo chiamare quel momento la felicità. Tua, mia , di chiunque riesce in questo! Io sono una madre ed ho sempre vissuto con i bambini ma non mi sento madre perché ho partorito: essere madre è una condizione, un’attitudine che mi permette di essere madre anche tua mentre ora ti sto parlando come viceversa tu puoi essere genitore mio mentre ti parlo.

La somma di tutti gli elementi che ti ho spiegato, permettono al mio lavoro di prendere un senso profondo. Se la smettessimo di considerarci la crem de la crem degli esseri umani e facessimo il nostro lavoro a servizio dell’anima e del cervello, potremmo diventare ricovero e ristoro per il pubblico. Non credo nella sola denuncia delle condizioni umane ma, credo che ci sia bisogno di tanta poesia e credo che, in questo Malafemmina, ce ne sia tantissima attraverso la musica e una ricerca attenta perché, nella tragedia di questi racconti c’è un’ assoluta vincitrice: la speranza. Io penso e vedo che queste donne che porto in scena sono proprio belle e piene di forza, ribadiscono una ripartenza! Ed è quello che dovremmo fare noi come esseri umani, se fossimo davvero consapevoli della situazione dove siamo arrivati in termine di assenza di valori forti verso i quali tendere.

Esiste un luogo comune che è possibile superare riflettendo sul messaggio che Malafemmina lascia agli spettatori?

Si, ed è quello di considerarsi sempre in quell’angolo in cui si pensa “ tanto a me non succederà mai” oppure “ chissà cosa avrà combinato quella per avere una vita del genere?”. È un angolo nascosto dove c’è la polvere del mal pensiero, dove si allontanano da noi le colpe per proiettarle verso una lei ipotetica o verso il genere umano se vogliamo. Abbiamo bisogno di una nuova presa di coscienza. In questo spettacolo non c’è quasi nulla sul palco: due sedie e due corde sulle quali appendo i simboli che mi trasformeranno nelle donne che racconto. In questo spettacolo c’è moltissimo: la loro e la nostra dignità.

Nei suoi 25 anni di carriera Caterina ha lavorato con grandi registi come Giorgio Strehler, Luigi Squarzina e Mario Missiroli . Fra i suoi successi, “Spettri” di Ibsen, “Macbeth” di Shakespeare e “Le tre sorelle” di Cechov, insieme a classici come “Elettra”, “Didone” e “Medea”. Al cinema ha debuttato con “Ginger e Fred” di Federico Fellini, e nel suo curriculum ci sono ilm come “Cuore Sacro” di Ferzan Ozpetek o “Lucrezia Borgia” di Florestano Vancini. Ma anche in televisione – dove è stata fra i protagonisti di tante fiction di successo (Commesse”, “Incantesimo”, “Il bello delle donne”, “Il Commissario”, “Io e Mio Figlio” “Gli Ultimi del Paradiso” e “Montalbano”) – ha accettato di interpretare soprattutto figure di donne vive e palpitanti, spesso lacerate da conflitti, donne che nascondevano, dietro al rassicurante gioco delle convenzioni, l’ansia di vivere l’avventura della vita in tutte le sue più contraddittorie manifestazioni. 06live oggi la ringrazia vivamente per questa testimonianza ricca di valori e spunti di riflessione utili a tutti.