E’ fra le crepe che si scoprono i dettagli: Luciano De Blasi e I Sui Generis presentano Il Palazzo


a cura di Raffaella Ceres

Architetti della musica. Mi piace definire così il gruppo che si presenta oggi con questa interessante intervista per 06live. Il loro album, Il Palazzo, è una metafora ben costruita sulla necessità di non fermarsi all’apparenza delle forme. Il palazzo non è quello che sembra, cambia forma con il progredire delle canzoni e con l’esplorazione dell’umanità che lo abita, passando da condominio a palazzo del potere, per arrivare persino a fogna e bordello” – Luciano De Blasi e I Sui Generis –

Partiamo dalle vostre origini: Fabrizio De Andrè. Già questo mi sembra un ottimo biglietto da visita per iniziare a raccontare di voi. Come nasce la vostra band e come si è trasformata in questi anni?
De Andrè è imprescindibile nella formazione di qualunque cantautore. Noi lo abbiamo “frequentato per anni” con la “Piccola Compagnia Behemoth”, qualcosa di più e anche qualcosa di meno di una semplice cover band. Non ci limitavamo affatto ad eseguire i brani di Faber in maniera manieristica, anzi riarrangiavamo le canzoni in modo, a volte, persino estremo. Il nostro obiettivo era quello di utilizzare per ogni brano un genere diverso, con risultati spesso poco ortodossi per gli estimatori del grande cantautore.

Il Palazzo racconta in musica quello che si vede solo se s’impara ad osservare attentamente. Siete d’accordo con questa affermazione?
Non so, in realtà credo che la situazione del nostro paese sia, nostro malgrado, sotto gli occhi di tutti. In alcuni casi è però vero che puntiamo il dito su situazioni che spesso vengono evitate o ignorate dall’opinione pubblica.




Quale parte, o meglio quale brano, di questo viaggio intrigante vi rappresenta maggiormente?
Difficile scegliere perché ci rispecchiamo molto nel concept dell’album in toto, però forse, anche a livello musicale, una canzone che fa capire bene il nostro stile è “Miracolo”. Soprattutto perché mostra in particolare la nostra anima ironica e popolare, senza abbandonare la satira. In due parole è il racconto della scoperta, nella chiesa di un paesino di campagna, di una statua che piange. Questo naturalmente attiva tutta la macchina mediatica e del business legato alla fede, argomento che in questo periodo noi torinesi conosciamo bene, a causa della nuova ostensione della sindone. L’incredibile miracolo della canzone, naturalmente si rivela una bufala, senza per questo rallentare l’industria commerciale che ne è derivata.

All’interno del ricco crocevia d’incontri musicali come definireste il vostro stile?
Sui generis? Lo so è una battuta orribile. Credo che, nostro malgrado, finiamo per essere definiti “folk”, anche se le sonorità non sono esattamente quelle, grazie anche all’eterogeneità dei musicisti che compongono il nostro gruppo.

Nuovi progetti?
Bè, un attimo, è appena uscito il disco nuovo! A parte gli scherzi, il primo progetto adesso è portare in giro il più possibile questo lavoro, quindi concerti, concerti, concerti. Qualcosa di nuovo bolle in pentola ma, per ora, l’unica cosa che sappiamo è che sarà molto diverso da tutto quello che abbiamo fatto finora.